Intervista a Luca Filastro
Luca Filastro ha 22 anni e di professione suona il jazz. «L’ho scoperto a cinque anni – racconta il pianista calabrese – ascoltando i dischi di papà. Ho iniziato ad amare il jazz di New Orleans, quello delle origini». Il colpo di fulmine arriva con Sidney Bechet e la sua Maple leaf rag. Poi, come ogni storia d’amore autentico, per crescere ha bisogno di costanza, impegno, anche sacrificio: «Ho iniziato a studiare pianoforte e mentre molti oggi partono nello studio dal jazz moderno, io ho attraversato la storia del jazz cronologicamente, partendo dal rag time fino agli anni Quaranta e Cinquanta di Oscar Peterson, Wynton Kelly, Bud Powell… Studiando anche grandi interpreti come Nat King Cole, che oltre a scrivere canzoni di successo, è stato anche un pianista formidabile». Al piano però, il sul nome nel circuito jazz nazionale e non soltanto, sono legate al genere dello stride piano: «E’ un genere nato ad Harlem, il quartiere nero di New York negli anni Venti. E’ una sorta di prototipo dello swing che è arrivato dopo con le contaminazioni del blues. Non è l’unica cosa che suono, ma visto che in pochi sono specializzati in questo tipo di tecnica musicale, la critica e il pubblico mi associano spesso allo stride». Velocità, virtuosismi e improvvisazione: lo stride è complesso e coinvolgente. Raccoglie i tempi dello swing e del blues e percorre i riff della tradizione afro-americana, l’anima più pura del jazz originario: «La mano sinistra – spiega Filastro – scandisce tempo alternando bassi con accordi, mentre la destra improvvisa su temi e brani d’autore interpretandole in questo modo». Il pubblico cremonese potrà apprezzarlo da vicino nell’esibizione del pianista originario di Catanzaro al festival Cremona Jazz 2015, nella serata del 28 aprile: «Aprirò il concerto di Ron Carter» commenta quasi commosso il giovane musicista. «Sono stato due volte a New York e in un’occasione ho potuto vedere un live di questo mostro sacro del jazz mondiale. Quando Carmelo Tartamella mi ha proposto di suonare quaranta minuti per aprire il suo concerto ho quasi perso i sensi». Sorride: «Lui ha suonato con Miles Davis e con tutti i più grandi, da Herbie Hancock a Sonny Rollins. Ha fatto la storia. E’ incredibile suonare sul suo stesso palcoscenico. Per me sarà una prova impegnativa: le emozioni giocano un parte importante nell’esibizione di un solista. Ma sarò pronto». Ad affascinare il rappresentante dei giovani
jazzisti al festival cremonese è anche l’Auditorium “Giovanni Arvedi”: «Ho visto le immagini della struttura ed è magnifica. E da quanto mi dicono l’acustica è impressionante. Non vedo l’ora di entrarci per le prime prove con un Fazioli gran coda su cui aspetto con ansia di mettere le mani». Non sarà però una comparsa fugace quella del talento calabrese nella città di Stradivari. Luca Filastro infatti è già in città: «Ho saputo anche all’iniziativa “Jazz dopo la campanella?” che porta nelle scuole musicisti professionisti. E’ importante coinvolgere i ragazzi fin da giovani. Portare la musica nelle scuole, farla sentire ma anche spiegarla. Purtroppo nella cultura italiana manca questo tipo di attenzione. E un genere come quello del jazz rischia di essere etichettato come musica di nicchia, solo perché non viene fatto conoscere dai mass media. A New York – commenta con un cenno di disappunto – ho visto ragazzi di dodici anni ascoltare Duke Ellington e Louis Armstrong.
Da noi non si sa nemmeno che cos’è un contrabbasso». Per questo ha accettato con entusiasmo di partecipare in toto al progetto di Carmelo Tartamella e di ArchTop, «orgoglioso di rappresentare la giovane generazione dei jazzisti italiani in un programma straordinario come quello di Cremona Jazz: di sicuro non mi perderò una sola serata».